È incredibile quanto sta accadendo sul tema del TFR e del TFS dei dipendenti pubblici.
La recente pronuncia della Corte costituzionale ha finalmente riconosciuto ciò che da anni lavoratori e sindacati denunciano: il sistema che consente allo Stato di pagare la liquidazione con forti ritardi e addirittura a rate è in contrasto con il principio costituzionale della giusta retribuzione. Tuttavia, nonostante questo riconoscimento, la situazione resta ancora sospesa.
Con l’ordinanza depositata il 5 marzo 2026 la Corte ha infatti deciso di non intervenire subito per cancellare la normativa, concedendo al Parlamento un ulteriore margine di tempo per riformare il sistema. In sostanza, la Consulta ha riconosciuto il problema ma ha rimandato la soluzione, fissando un nuovo passaggio decisivo nel gennaio 2027.
Personalmente riteniamo che questa vicenda rappresenti l’ennesima dimostrazione di quanto, nella realtà dei fatti, i dipendenti pubblici siano spesso svantaggiati rispetto a quanto si racconta nel dibattito pubblico.
Da anni si parla del “mito del posto fisso”, ma la realtà è che dopo una carriera di 30 o 40 anni al servizio dello Stato molti lavoratori devono attendere ancora 1, 2 o addirittura 3 anni per ricevere tutte le somme che sono già state maturate con il proprio lavoro.
La Corte costituzionale ha ribadito un principio che dovrebbe essere evidente: il TFS non è un bonus né una concessione dello Stato, ma una forma di retribuzione differita. In altre parole si tratta di una parte dello stipendio che il lavoratore ha già guadagnato nel corso della propria carriera. Proprio per questo motivo, secondo i giudici costituzionali, la tutela garantita dalla Costituzione non riguarda soltanto l’entità della cifra ma anche il momento in cui questa viene effettivamente corrisposta. Se il pagamento arriva troppo tardi, e senza adeguati meccanismi di rivalutazione, il rischio è che il lavoratore riceva una somma che nel frattempo ha perso una parte significativa del proprio potere d’acquisto.
Nonostante questo riconoscimento, però, la Corte ha scelto una strada prudente.
Eliminare subito le norme contestate significherebbe rendere immediatamente esigibili tutte le liquidazioni ancora in pagamento, con un impatto molto pesante sulla finanza pubblica. Per questo motivo la Consulta ha deciso di concedere al legislatore un’ultima occasione per intervenire e correggere il sistema in modo graduale.
Il problema è che nel frattempo migliaia di dipendenti pubblici continuano a trovarsi in una situazione di attesa che appare sempre più difficile da giustificare. Come ASPMI riteniamo che su questo punto serva maggiore coraggio. Comprendiamo perfettamente la necessità di tutelare gli equilibri di bilancio, ma non possiamo accettare che questo avvenga a scapito dei diritti dei lavoratori. Secondo molti esperti, infatti, anticipare i tempi di pagamento del TFR e del TFS non rappresenterebbe affatto un rischio insostenibile per i conti dello Stato. Si tratta di somme che sono già state maturate dal personale e che prima o poi dovranno comunque essere restituite.
Proprio per questo motivo la domanda che ci poniamo è molto semplice: perché l’INPS e lo Stato non prevedono già nei propri conti che quelle somme dovranno essere pagate al momento della cessazione dal servizio? Perché costringere chi ha lavorato una vita ad attendere anni per ricevere ciò che gli spetta? Il rinvio deciso dalla Corte costituzionale sposta ora la responsabilità sul Parlamento, che entro il 2027 dovrà individuare una soluzione capace di superare definitivamente questo sistema.
Se ciò non dovesse accadere, il rischio è che la Consulta sia costretta a intervenire in modo più radicale dichiarando l’illegittimità delle norme oggi in vigore. Dopo anni di rinvii e di interventi parziali, però, il tempo delle mezze soluzioni sembra davvero finito. Chi ha servito lo Stato per decenni ha diritto a una cosa molto semplice: ricevere senza ulteriori attese ciò che ha già guadagnato con il proprio lavoro.