Si è tenuto oggi, giovedì 5 marzo, il primo incontro tecnico per il rinnovo del contratto del comparto Difesa per il triennio 2025-2027. Come ASPMI abbiamo partecipato - rappresentati dal nostro Presidente Massimo Margotti e dal Segretario Generale Francesco Gentile - al tavolo con spirito costruttivo e con la volontà di avviare un confronto serio sul futuro del personale militare.
Tuttavia, sin dalle prime battute, è emersa una questione che riteniamo fondamentale: prima ancora di entrare nel merito degli aspetti tecnici, serve chiarezza politica su ciò che il governo intende fare con le Forze Armate.
Nel nostro intervento abbiamo posto una domanda molto semplice: che senso ha avviare un confronto tecnico quando non sono ancora chiari gli obiettivi, le risorse e gli impegni che l’esecutivo intende assumere nei confronti del comparto Difesa? Oggi ci troviamo all’apertura del secondo dei tre trienni finanziati, con risorse che - per quanto già note - non sembrano in grado di dare risposte concrete al personale. Parliamo di un incremento stimato attorno al 5,4%, pari a circa 76 euro medi, una cifra che difficilmente può essere presentata come una risposta adeguata alla perdita di potere d’acquisto accumulata negli ultimi anni (visto che è anche meno di quanto riconosciuto nell’ultimo triennio).
Il punto però non è soltanto economico. Come ASPMI riteniamo che il vero tema sia la specificità del comparto militare, una specificità che non può essere riconosciuta solo a parole ma che deve tradursi in norme e risorse adeguate. Oggi, invece, abbiamo l’impressione che qualcuno se ne sia dimenticato: basti pensare al recente Decreto sicurezza, nel quale sono state introdotte aggravanti per le aggressioni ai danni di diverse categorie di lavoratori, ma non per il personale delle Forze Armate impiegato in operazioni come Strade Sicure. È una scelta che fatichiamo a comprendere e che solleva una domanda legittima: perché chi indossa l’uniforme e opera sul territorio dovrebbe essere meno tutelato di altre categorie?
A questo si aggiunge il tema delle risorse destinate al personale. Se da un lato si continua a parlare della necessità di rafforzare le Forze Armate e valorizzarne il ruolo, dall’altro lato ci troviamo ancora con compensi forfettari e con un sistema che non riconosce adeguatamente il lavoro svolto. Il caso degli straordinari è emblematico: esistono realtà in cui il personale percepisce compensi molto bassi e altre, come nel caso dei militari, in cui spesso quelle ore non vengono proprio retribuite perché mancano i finanziamenti necessari.
Lo abbiamo visto anche con l’operazione legata a Milano-Cortina. Un evento noto da anni, per il quale però nessuno si è posto per tempo il problema di come remunerare adeguatamente il personale militare impiegato. Alla fine si è deciso di coprire queste spese con fondi di bilancio già esistenti, mentre per altre componenti del Comparto Sicurezza sono state stanziate risorse aggiuntive. Una disparità che non può non lasciare perplessi, anzi - come sottolineato da Gentile - ci fa essere molto delusi.
Un’altra questione centrale riguarda il Fondo per l’efficienza dei servizi istituzionali (FESI). Si tratta di uno strumento fondamentale per riconoscere economicamente l’operatività del personale, ma da anni il fondo non è alimentato in modo strutturale.
Senza un meccanismo automatico di finanziamento, il rischio è che si continui a intervenire con risorse occasionali, spesso derivanti da economie di bilancio o da fondi destinati ad altre voci. Come ASPMI riteniamo che sia necessario intervenire a livello politico per garantire una stabilità finanziaria al fondo e assicurare che il personale operativo riceva un riconoscimento adeguato.
Abbiamo poi richiamato l’attenzione su un tema che per noi è particolarmente importante: le agibilità sindacali. Oggi il sistema presenta numerose criticità che di fatto rendono difficile svolgere l’attività di rappresentanza. Alcune modifiche normative introdotte negli ultimi anni hanno trasformato il distacco sindacale in aspettativa, con conseguenze negative sia sul piano economico che su quello giuridico per i dirigenti sindacali. Questo significa, ad esempio, perdere progressioni di carriera e trattamenti economici, una situazione che riteniamo inaccettabile.
Allo stesso tempo esistono incongruenze normative evidenti. La durata del distacco, ad esempio, è fissata in tre anni mentre il mandato elettivo dura quattro anni. Si tratta di contraddizioni che dimostrano come la legge 46, che ha introdotto la rappresentanza sindacale nel comparto militare, abbia bisogno di alcuni correttivi per poter essere applicata pienamente.
Anche sul fronte dei servizi agli iscritti restano nodi irrisolti. La legge riconosce alle Associazioni professionali a carattere sindacale tra militari la possibilità di fornire assistenza fiscale e previdenziale, ma nella pratica le norme attuali rendono quasi impossibile esercitare questa funzione, ad esempio per i requisiti richiesti per la costituzione di un CAF. In sostanza ci troviamo di fronte a una previsione legislativa che, così com’è, non può essere applicata.
Infine abbiamo voluto riportare il dibattito su un piano più generale: quello del riconoscimento del lavoro dei militari. In questi anni abbiamo assistito a un aumento delle responsabilità e degli impegni operativi, sia in Italia che all’estero. I militari sono impiegati nelle missioni internazionali, nelle operazioni sul territorio nazionale, nella sicurezza delle città e nella gestione delle emergenze. Eppure, troppo spesso, questo impegno viene riconosciuto solo a parole.
Per questo motivo riteniamo che il confronto sul rinnovo del contratto non possa limitarsi a una discussione tecnica sulla ripartizione delle poche risorse disponibili. Serve prima una risposta chiara a una domanda di fondo: che ruolo vuole attribuire il governo alle Forze Armate e come intende valorizzare il personale militare?
Solo dopo aver chiarito questo punto sarà possibile avviare un vero confronto sul contratto. Diversamente, il rischio è quello di discutere semplicemente su come dividere risorse insufficienti, senza affrontare i problemi strutturali che da anni riguardano il comparto Difesa. Come ASPMI siamo pronti al dialogo e al confronto, ma riteniamo che prima di entrare nei dettagli tecnici servano impegni politici ben chiari. Solo così questo percorso potrà davvero portare a risultati utili per il personale militare.