“Eppur si muove”, verrebbe da dire.
A poche ore dalla pausa estiva dei lavori parlamentari, una questione particolarmente cara a noi di ASPMI è stata finalmente portata all’attenzione del Senato. Mercoledì 5 agosto è stata infatti presentata l’interrogazione a risposta scritta, a prima firma del senatore Orfeo Mazzella del Movimento 5 Stelle, dedicata alla continuità lavorativa, retributiva e contributiva dei coniugi del personale militare inviato all’estero.
Un atto parlamentare che nasce da una problematica promossa da ASPMI e che richiama espressamente le nostre recenti segnalazioni. Nell’interrogazione viene infatti riconosciuto come l’attuale disciplina normativa esponga i coniugi dei militari di stanza all’estero a una grave svalutazione professionale ed economica.
È un primo risultato importante, perché porta finalmente all’interno delle istituzioni un problema del quale si parla ancora troppo poco, nonostante coinvolga numerose famiglie e incida direttamente sulla serenità del personale chiamato a rappresentare e difendere il nostro Paese fuori dai confini nazionali.
Noi di ASPMI lo abbiamo sottolineato più volte: la tutela del personale militare deve necessariamente comprendere quella delle rispettive famiglie.
Quando un militare viene trasferito all’estero per un incarico di lunga durata, ad esempio nell’ambito di una missione internazionale, nella maggior parte dei casi porta con sé il proprio nucleo familiare, una decisione dettata dalla necessità di preservare l’unità della famiglia e di garantire ai figli, spesso in età scolare, continuità educativa e affettiva.
A pagare il prezzo più alto di questa scelta sono però frequentemente i coniugi, in prevalenza donne, costretti a interrompere o ridimensionare il proprio percorso professionale.
Per i dipendenti della pubblica amministrazione, la normativa di riferimento è ancora la legge n. 26 del 1980 che consente esclusivamente di ricorrere all’aspettativa non retribuita, una soluzione che noi di ASPMI riteniamo essere ormai anacronistica in quanto comporta la sospensione dello stipendio come pure altri svantaggi tra cui il blocco delle progressioni di carriera o l’interruzione della contribuzione previdenziale per tutta la durata dell’incarico all’estero.
Per chi lavora nel settore privato o esercita una libera professione, le conseguenze possono essere persino più pesanti. L’impossibilità di proseguire regolarmente l’attività dal Paese ospitante può tradursi, infatti, nelle dimissioni forzate.
Le possibilità offerte dallo sviluppo della digitalizzazione e dal lavoro agile consentirebbero oggi di superare almeno una parte di questi ostacoli. D’altronde, la compatibilità tecnica e giuridica dello smart working da Paesi terzi è stata riconosciuta anche dall’ARAN, con l’orientamento PARAN 39301/2025, oltre che dalle indicazioni espresse da INPS e INAIL.
Eppure, in assenza di una disciplina uniforme, la possibilità di lavorare dall’estero continua a dipendere dalle decisioni delle singole amministrazioni e dalle differenti interpretazioni applicate nei vari uffici.
Il risultato è un quadro frammentato e incerto, nel quale famiglie che affrontano la stessa situazione possono ricevere risposte completamente diverse.
Ancora più evidente è la disparità nei confronti degli Stati Uniti. Con lo scambio di note bilaterali del 30 agosto 2023, l’Italia ha infatti permesso ai familiari del personale militare e civile statunitense presente nel nostro Paese di lavorare da remoto per datori di lavoro americani: tuttavia, la stessa possibilità non risulta invece garantita ai coniugi dei militari italiani trasferiti negli Stati Uniti e titolari del visto NATO-2.
Manca, quindi, quella reciprocità che dovrebbe rappresentare la base dei rapporti tra Paesi alleati. Altre nazioni della NATO, tra cui Francia, Spagna e Polonia, hanno già previsto strumenti, permessi di lavoro e percorsi di reimpiego per tutelare i familiari del proprio personale inviato all’estero: l’Italia non può continuare a restare indietro.
Ovviamente lo smart working dovrà rappresentare un’opportunità anche per i coniugi non lavoratori del pubblico impiego, dando anche a loro quindi la possibilità di mantenere il posto di lavoro e nel contempo integrarsi nella nuova realtà.
Quel che ci dispiace è che sia stato necessario l’intervento di una forza di opposizione per accendere i riflettori su un tema che dovrebbe interessare direttamente anche il Governo in carica.
Ringraziamo quindi il Movimento 5 Stelle e il senatore Mazzella per l’attenzione dimostrata nei confronti delle segnalazioni di ASPMI e delle difficoltà vissute dalle famiglie militari.
Negli ultimi anni le Forze armate sono state chiamate a sostenere un impegno crescente, tanto sul fronte internazionale quanto sul territorio nazionale. Dalle missioni all’estero all’Operazione Strade Sicure, donne e uomini in uniforme sono diventati un punto di riferimento fondamentale per la sicurezza del Paese. È quindi doveroso che le istituzioni si occupino delle condizioni nelle quali vivono e lavorano, senza dimenticare i sacrifici richiesti alle persone che li accompagnano.
L’interrogazione chiede ai Ministeri competenti di aggiornare la legge n. 26 del 1980, favorire lo smart working dall’estero, intervenire sugli accordi bilaterali con gli Stati Uniti, valutare opportunità di impiego temporaneo presso la rete diplomatico-consolare o i comandi NATO e istituire un tavolo tecnico interministeriale.
Sono richieste precise: adesso spetta al Governo rispondere e, soprattutto, agire.